

65. Le responsabilit collettive.

Da: J. Habermas, Storiografia e coscienza storica, in Germania: un
passato che non passa. I crimini nazisti e l'identit tedesca,
Einaudi, Torino, 1987.

Vivaci polemiche ha suscitato la tesi cosiddetta revisionista,
elaborata da storici tedeschi, secondo i quali i crimini del terzo
Reich andrebbero considerati in stretta correlazione con quelli
commessi nell'Unione Sovietica staliniana. Il pi noto sostenitore
di questa interpretazione  Ernst Nolte, il quale, nel saggio
Nazionalismo e bolscevismo pubblicato nel 1986, afferma che il
genocidio compiuto dai nazisti altro non era che la reazione allo
sterminio di classe attuato dai bolscevichi (L'arcipelago Gulag
non precedette Auschwitz? Non fu lo sterminio di classe dei
bolscevichi l'antecedente logico e fattuale dello sterminio di
razza dei nazionalsocialisti?). Una prima dura risposta a tale
tesi  venuta dal filosofo tedesco Jrgen Habermas, il quale
accusa Nolte di manipolare la storia per rimuovere precise
responsabilit collettive, alle quali nessuno, neppure le
generazioni successive a quelle vissute ai tempi del nazismo, pu
e deve sottrarsi.


La nostra vita  connessa non da circostanze puramente
contingenti, bens intimamente, a quel contesto di vita che rese
possibile Auschwitz. La nostra forma di vita  legata a quella dei
nostri genitori e dei nostri nonni da un intreccio quasi
inestricabile di tradizioni familiari, locali, politiche e anche
intellettuali; insomma da un ambiente storico che ci ha resi quel
che oggi siamo. Nessuno di noi pu sottrarsi a questo ambiente,
perch la nostra identit, sia individuale sia di tedeschi, vi 
indissolubilmente intrecciata: dalla mimica e dalla gestualit del
corpo fino al linguaggio e alle ramificazioni pi capillari
dell'abito intellettuale. Come se io, per esempio, insegnando in
un'universit straniera, potessi forse negare la mentalit in cui
sono incise le tracce del movimento filosofico, tutto tedesco, che
va da Kant a Marx e a Max Weber. Dobbiamo dunque mantener fede
alla nostra tradizione se non vogliamo rinnegare noi stessi. Ma
cosa deriva da questo legame esistenziale con tradizioni e forme
di vita che sono state avvelenate da crimini indicibili? Per tali
crimini ha potuto un giorno essere imputata un'intera popolazione
civile, orgogliosa dello Stato di diritto e della cultura
umanistica [...]. Forse che una parte di questa responsabilit si
trasferisce sulla generazione successiva e su quella seguente?
Credo che ci siano due ragioni per cui dobbiamo rispondere
affermativamente. .
Innanzitutto abbiamo il dovere, in Germania, anche se nessun altro
pi lo facesse, di mantenere vivo, non in modo simulato e non solo
cerebralmente, il ricordo delle sofferenze di coloro che sono
morti per mano tedesca. Questi morti possono fare appello soltanto
alla debole forza anamnestica di una solidariet che i posteri
possono esercitare ormai solo mediante un ricordo che continua a
rinnovarsi, spesso disperato, comunque sconvolgente. Se non
teniamo conto di questa eredit tramandataci da Benjamin [Walter
Benjamin, 1892-1940, filosofo tedesco di origine ebraica], i
nostri concittadini ebrei, i figli e i nipoti della gente
assassinata, non potranno pi respirare nel nostro paese. Tutto
ci ha anche implicazioni politiche. In ogni caso io non vedo
come, per esempio, si potrebbe normalizzare, in un prossimo
futuro, il rapporto della Repubblica federale con Israele. [...] .
La disputa attuale non avviene per tanto sulla memoria dovuta,
quanto sulla questione, piuttosto narcisistica, di come noi, per
amore di noi stessi, ci poniamo nei confronti della nostra
tradizione. Se avviene in modo illusorio, anche la memoria delle
vittime diverr una farsa. Nell'autocomprensione che la Repubblica
federale manifesta ufficialmente c' stata finora una risposta
chiara e semplice. [...] Dopo Auschwitz possiamo crearci una
coscienza nazionale solo attingendo alle tradizioni migliori della
nostra storia, non accettandola passivamente ma acquisendola
criticamente. Possiamo perfezionare un contesto di vita nazionale,
che un giorno ha consentito un'offesa senza eguali alla sostanza
stessa del senso di appartenenza al genere umano, soltanto alla
luce di quelle tradizioni che hanno retto a uno sguardo
diffidente, istruito dalla catastrofe morale. In caso contrario
non potremo avere stima di noi stessi n aspettarcene dagli altri.
[...] .
L'era nazista sar tanto meno un ostacolo insormontabile, quanto
pi pacatamente riusciremo a vederla come il filtro attraverso il
quale deve passare una sostanza culturale adottata con
deliberazione e consapevolezza.
